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Che Stato è quello che prende in custodia un suo cittadino e lo restituisce cadavere? Stefano Cucchi è morto dopo essere stato massacrato di botte. Il suo corpo martoriato smaschera la violenza del potere, denuncia l’impunità di chi indossa una divisa, mostra la fragilità dello Stato di diritto, svela l’incapacità dei suoi servitori. 

 

Carlo Bonini, inviato di Repubblica, in Il corpo del reato (Feltrinelli) racconta la storia di un ragazzo che perde la vita mentre è nelle mani di chi dovrebbe tutelare la sicurezza di tutti. Ci sono l’arresto e l’agonia, i pestaggi e i depistaggi, le mezze verità e le bugie, le indagini e l’omertà. Il libro è un’inchiesta civile su un fatto di cronaca che ha segnato una generazione. La generazione diventata adulta nella notte della «macelleria messicana» alla scuola Diaz durante il G8 di Genova. La generazione che di fronte al cadavere di Stefano pensa: «Poteva succedere a chiunque, poteva succedere a me». 

 

Se fossimo a teatro, in mezzo al palcoscenico ci sarebbe quel corpo tumefatto: testimone primo e ultimo di quanto accaduto. Ma a chi apparteneva quel corpo? A Stefano Cucchi, un ragioniere romano di 31 anni, figlio più piccolo di una famiglia cattolica e borghese. Trovato morto il 22 ottobre 2009 in una stanza dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, dov’era ricoverato da quattro giorni. Ma quello in mezzo al palcoscenico è anche il cadavere di un tossico. L’esistenza tormentata di Cucchi è segnata da alcol, cocaina, eroina. «È un drogato di merda, gliene abbiamo date tante», sono le parole attribuite a uno dei carabinieri dalla moglie. Che svelò: «Rideva mentre mi raccontava i dettagli di quella sera, mi diceva che si erano divertiti a picchiare, e quando provai a dire che mi faceva schifo, lui mi rispose: “Chillo è solo ’nu drugato ’e merda”».  

 

Ecco, quindi, la verità più sconcertante: le garanzie della Costituzione valgono per tutti, ma per alcuni un po’ meno. Scrive Bonini: «Un drogato di merda. Dunque, ultimo degli ultimi. Dunque, privo di diritti. Dunque, non uguale di fronte alla legge degli uomini. Un diverso. Un Corpo a perdere. Uno di quelli di cui si dice, nel gergo di certi sbirri, che abbiano il nome all’anagrafe scritto a matita. Perché cancellarlo è un attimo. E nessuno verrà a reclamare».  

 

Sono passati 7 anni e 4 processi dalla morte di Cucchi. Tutti gli imputati sono stati assolti. Nessuno, finora, è responsabile. Una settimana fa la Procura di Roma ha chiesto un nuovo procedimento nei confronti dei tre carabinieri accusati del pestaggio. Il cadavere di Stefano Cucchi parla ancora. Converrebbe ascoltarlo. 

 

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