Foto stefano cucchi cadavere

Foto stefano cucchi cadavere

I paradossi del caso Cucchi: un sommerso che si doveva/poteva salvare

Quando il tuo corpo non sarà più, il tuo, spirito sarà ancor più vivo nel ricordo di chi resta. Fa che possa essere sempre di esempio

Generale dell’Aeronautica Sabato Martelli Castaldi, partigiano Tevere Ucciso a Roma alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944, Medaglia d’oro al valor militare alla memoria

Le ragioni di una foto

Si sostiene che un evento reso noto grazie alle fotografie diventi più reale di quanto sarebbe stato senza quelle fotografie, se esse non ci fossero mai state, se non le avessimo mai viste. La macchina fotografica è uno strumento meccanico che contribuisce a una memoria vivente [1].

Basti pensare alla fotografia del cadavere di Guevara, scattata in una stalla di Vallegrande diffusa il 10 ottobre 1967 per dimostrare che Guevara era stato ucciso in uno scontro a fuoco tra due compagnie dell’esercito boliviano e un gruppo armato di guerriglieri.

che guevara

http://forum2.aimoo.com/GRAPHICAdelWEB/m/Recycle-Bin/che-guevara-1-1180820.html

Guevara è stato uno straordinario simbolo politico-rivoluzionario, dal destino tragicamente segnato dalle proprie scelte di vita [2].

Stefano Cucchi ha poco o niente da spartire con Guevara se non la forza simbolica rappresentata dalle foto del cadavere del suo corpo martoriato.

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Le fotografie possono stimolare l’impulso morale, ma i sentimenti morali sono radicati nella storia, in situazioni specifiche e persone concrete. Le immagini, con tutta la loro forza, vogliono svegliare le coscienze e mobilitarle, ma non sempre ci riescono.

Nel caso di S. Cucchi sono state proprio le fotografie a essere chiamate a testimoniare la tragicità della morte e quando si ha il coraggio di guardare quelle fotografie, di vedere come è stato ridotto il corpo di S. Cucchi, è come se qualcosa si spezzasse. Il volto di Stefano Cucchi diventerà una maschera irrigidita di violenza impenetrabile. Nel documentare la crudeltà, quelle fotografie suscitano una reazione di sdegno morale. Si raggiunge un limite che non è solo l’orrore, ci si sente afflitti e feriti, ci si indurisce, ci si spegne nel trattenere le lacrime [3].

Che cosa sappiamo della vicenda Cucchi? Si può dire che ne abbiamo una conoscenza nebulosa?

Un ruolo importante nel diradare la nebbia e impedire il tentativo di far sparire definitivamente S. Cucchi, senza lasciarne traccia, è stato esercitato dai media.

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http://www.contrappunti.info/online/violenza-legittimata-democrazia-azzerata/

Che hanno imposto di avere a che fare con le immagini del suo corpo e costretto a occuparsene [4].

Beppino Englaro decise di non diffondere le foto della figlia in stato vegetativo, di non immetterla nel circolo mediatico dello spettacolo, pur consapevole che forse la sua causa avrebbe potuto trarne aiuto. La famiglia di S. Cucchi sarà costretta a diffondere le foto del viso, del corpo martoriato, per non cadere nell’oblio e ricercare la verità, sulla tragica fine del proprio figlio. Una fine resa invisibile agli occhi della stessa famiglia, tenuta all’oscuro, senza ricevere le informazioni adeguate [5].

Durante l’autopsia si impedirà al consulente di parte della famiglia di eseguire delle foto, foto che saranno prese dal personale delle pompe funebri. La famiglia le consegnerà ai giornalisti in una conferenza stampa al Senato, promossa dall’associazione A buon diritto, il cui presidente Luigi Manconi affermerà: Da sole dicono quanti traumi abbia patito quel corpo e danno una rappresentanza tragicamente efficace del calvario di Stefano. La famiglia ha riflettuto molto se distribuirle, perché oltre ad essere scioccanti fanno parte della sfera intima [6].

Si aprirà così la porta alla comunicazione [7].

Prima di tutto riguardiamo le fotografie di Stefano Cucchi. Quelle di un giovane magro, un geometra, che ha avuto a che fare con la droga e sa che gli potrà succedere ancora, e intanto vive, sorride, lavora, abbraccia sua madre, scherza con sua sorella. I giornali in genere hanno preferito pubblicare queste. E quelle di un morto, scheletrito, tumefatto, infranto, il viso che eclissa quello del grido di Munch e delle mummie che lo ispirarono, il corpo di una settimana di Passione dell’ottobre 2009. La famiglia di Stefano ha deciso di diffondere quelle fotografie [8].

La storia verrà fuori e verranno promosse tutte una serie di iniziative pubbliche [9]. La vicenda, esposta in tutta la sua drammaticità, diventerà un caso [10].

Saranno le dichiarazioni di Ilaria Cucchi a fare breccia nell’opinione pubblica, a evidenziare e sottolineare il crimine commesso. I quotidiani cominceranno a parlarne [11].

La decisione di diffondere le foto, per dare visibilità a una morte silenziosa, non sarà una scelta facile [12].

Si tratterà di fare i conti con l’esporre un corpo devastato dalla morte violenta che fa paura, di far percepire a tutti che S. Cucchi è andato incontro a qualcosa di terribile. Proprio per questo è necessario, indispensabile interrogarsi su quanto avvenuto.

Ed è significativo quanto emerge dalla comunicazione in rete.

[...]

raffaella XXX - 30 ottobre 2009 @ 14:42

Ieri ho pubblicato la foto della schiena di questa creatura su Facebook, non senza dubbi e strazio.

Questa foto è ancora più straziante, ma approvo la vostra scelta A questa creatura umana, al suo corpo colpito offeso, ai suoi cari va resa la giustizia, minima, della verità.La dignità della sua famiglia mi ha molto colpita.Se avessero ridotto così mio figlio, mio fratello, un mio affetto, non avrei avuto la forza di mantenermi civile.

C’è coca e coca, evidentemente.

Questo paese comincia a farmi paura.

[...]

Le ragioni della famiglia Cucchi emergono nel voler riportare a tutti i costi alla luce il dramma di un figlio, di un fratello lasciato cadere nell’oscurità. La scelta di rendere pubbliche le foto del corpo martoriato significherà rinunciare, per chiedere giustizia, al silenzio e all’intimità del proprio lutto. Di fronte a queste foto non si può rimanere indifferenti. L’angoscia stringe la gola. Viene subito da chiedersi: a quale trattamento hanno sottoposto il suo corpo? Che idea farsi della mentalità degli uomini nelle cui mani è caduto? Possiamo/dobbiamo dire che S. Cucchi è rimasto vittima dell’atteggiamento disumano di chi vuol punire, perché li considera pericolosi per l’ordine sociale, i carcerati, gli emarginati, i manifestanti, i ribelli, i tossicodipendenti?

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http://www.reporternuovo.it/2014/11/04/stefano-cucchi-sonostatoio-dopo-la-sentenza-rete-si-mobilita/schermata-2014-11-04-alle-11-24-12/

È l’oscenità della violenza gratuita che emerge in primo luogo dall’esposizione corporale, in una rappresentazione che assorbe in sé ogni altra cosa e fa prendere coscienza di una morte ingiusta che si poteva e si doveva evitare. Tuttavia ci sarà il tentativo di spacciarla come una fatalità, di tenere nascoste colpe e responsabilità, mentre c’è un’impressionante immoralità in tutta la vicenda.

La violenza sul corpo di S. Cucchi è un atto immorale, dettato dalla futilità del male immotivato. E per questo è importante parlare della vicenda Cucchi, e ancora di più pensare al caso Cucchi, riflettere su di esso. Analizzare ciò che è accaduto a lui, affinché atti come questo non si ripropongano.

Per fare ciò si rende necessario raccontare la storia di S. Cucchi nei suoi tratti essenziali, in modo vivido [13] e adottare un criterio narrativo e analitico che ricerchi la chiarezza, a partire dall’esporre quanto si conosce dei fatti accaduti, seguendo una logica argomentativa. È quello che qui si è provato a fare.

Dedicarsi allo studio della gente sfortunata e agli aspetti più infelici dell’esistenza umana può generare e rivelare una certa presunzione intellettuale. Quella che qui si presenta vuole essere una riflessione aperta in primo luogo contro la cultura dell’oblio e soprattutto contro il silenzio complice che spesso è anche un silenzio assassino.

Il potere dichiara che il giovane arrestato di nome Gesù figlio di Giuseppe è morto perché aveva le mani bucate e i piedi pure considerato che faceva il falegname e maneggiando chiodi si procurava spesso degli incidenti sul lavoro. Perché parlava in pubblico e per vizio si dissetava con l’aceto, perché perdeva al gioco e i suoi vestiti finivano divisi tra i vincenti a fine di partita. I colpi riportati sopra il corpo non dipendono da flagellazioni, ma da caduta riportata mentre saliva il monte Golgota appesantito da attrezzatura non idonea e la ferita al petto non proviene da lancia in dotazione alla gendarmeria, ma da tentativo di suicidio, che infine il detenuto è deceduto perché ostinatamente aveva smesso di respirare malgrado l’ambiente ben ventilato. Più morte naturale di così toccherà solo a tal Stefano Cucchi quasi coetaneo del su menzionato [14] (Erri de Luca, scrittore).

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http://www.giornalettismo.com/archives/968765/stefano-cucchi-vauro-e-gesu/stefano-cucchi-vauro-e-gesu/

Dalla vicenda al caso Cucchi

Cosa ci dice, cosa ci insegna la vicenda di S. Cucchi? Aver tenuto nascosta la verità a chi è giovato, a chi giova?

Quale immagine ci rimane di S. Cucchi? Cosa lascia di sé? Riflettere oggettivamente su quanto accaduto a S. Cucchi, sulla sua vicenda assurda, genera un amaro imbarazzo che aumenta ancor di più se ci si interroga su quello che è poi diventato il caso Cucchi, in tutto il suo essere paradossale.

Esprime segni profondi di disagio sociale, psicologico, ma soprattutto civile. Quando si giunge ad affermare: Sono mancate le responsabilità personali che permettessero a un giudice di dire «tu sei un omicida» a una guardia, a un giudice, a un medico o a un infermiere: al di là di ogni ragionevole dubbio, come si dice. Ma la rabbia e il dolore, dei dubbi, non sanno che farsene. Tutto ciò comporta una particolare attenzione, in quanto a essere messi in questione sono principi e valori fondamentali che fanno parte della società civile, a partire dalle istituzioni.

Quale è la reazione più ricorrente nell’opinione pubblica quando si parla della vicenda Cucchi? La componente più presente è l’indignazione:

Che dolore e che tristezza…a distanza di anni ancora fa male pensare a cosa deve aver provato quel povero ragazzo e tutti gli altri che come lui cadono nella mani incattivite di un potere… potere che dovrebbe tutelarci e proteggerci non ucciderci… (Mallena, 10 giugno 2013 alle 5.22 pm, in https://wordwrite.wordpress.comm).

Ma non manca chi dichiara che alla fine se l’è andata a cercare. Il problema nasce dalla cultura dominante, con i suoi pregiudizi e i suoi stereotipi nei confronti dei devianti. Le sentenze a oggi lasciano un senso di debolezza [15].

[...]

Una vita spezzata ingiustamente

“Caro Francesco, sono al Sandro Pertini in stato di arresto. Scusa se stasera sono di poche parole, ma sono giù di morale e posso muovermi poco. Volevo sapere se potevi fare qualcosa per me. Adesso ti saluto, a te e agli altri operatori...”. Un post scriptum: “Per favore rispondimi” [16].

S. Cucchi morirà il giorno dopo aver scritto queste parole. Ed è solo. Indossa gli stessi vestiti del 15 ottobre 2009, il giorno dell’arresto, avvenuto una settimana prima. Muore senza che i genitori lo possano vedere o, almeno avere sue notizie.

Il corpo è segnato da fratture ed ecchimosi, ma la motivazione ufficiale è la disidratazione. Per il rifiuto di cibo e liquidi. C’è da chiedersi: cosa si è fatto per salvargli la vita? Fratture, ematomi e lesioni sono tutti da spiegare. L’inchiesta giudiziaria porterà a nove indagati: tre guardie penitenziarie accusate di omicidio preterintenzionale e sei medici del Pertini, con l’accusa di omicidio colposo.

A quale mondo apparteneva/appartiene S. Cucchi?

S. Cucchi era una parte di quel mondo del sommerso fatto di disagio, dove è presente l’intolleranza e soprattutto la violenza. Un mondo che spesso si preferisce non vedere, nel far finta che non esista, nel dichiararlo altro e appartenente ad altri. Perché è un mondo buio, oscuro, fatto di omertà, reticenza, copertura di gruppo, di corporazione, di casta. E fin che non esplode e non si manifesta in modo eclatante quella zona d’ombra che coinvolge lo Stato è meglio che rimanga nascosto e se possibile oscurato. Lo sguardo di fronte a tutto ciò non può che essere imbarazzato, quanto non attonito, atterrito.

Non va dimenticato che la violenza come principio naturale è sempre presente come minaccia. È la società civile a essere chiamata a creare le regole e le istituzioni capaci di ridurre l’insicurezza insostenibile insita nell’esposizione di ognuno a essere vittima della violenza.

Lo Stato ha sempre giustificato la sua pretesa di monopolio della violenza con l’esigenza di proteggere i cittadini contro se stessi e contro le minacce esterne. Ma non si può correre il rischio di legittimare la violenza e l’abuso di potere.

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La sesta versione di Stefano Cucchi, Vignetta di Bandanax tratta da Flickr [17].

Il graphic novel è una storia illustrata, tra giornalismo, narrativa e fumetto [18]. Si rivolge in genere a un pubblico adulto. La narrazione si distingue per l’aderire a temi e vicende reali, con funzione di testimonianza e scarso ricorso a elementi fantastici. Spesso il taglio è memorialistico. Lo stile è improntato a reportage o diario di viaggio [19].

Nel raccontare il dramma di S. Cucchi le parole rischiano di risultare inadeguate.

Il 22 ottobre 2009 alla famiglia viene comunicato il decesso del giovane per sopraggiunta morte naturale. Stefano era stato fermato il 15 ottobre, per il possesso di una piccola quantità di droga. Processato per direttissima il giorno seguente. I genitori lo incontrano nel tribunale di piazzale Clodio: il volto segnato dalle percosse, lo sguardo impaurito. Sarà l’ultima volta che alla famiglia è possibile vederlo. Condotto nelle celle di sicurezza del tribunale e da lì nella sezione penale dell’ospedale Sandro Pertini, non ne uscirà vivo. La sua forma personale di via crucis si fermerà nell’ospedale che l’avrebbe dovuto curare, ma dove non riceverà le cure necessarie. Gli si nega la possibilità di parlare con un avvocato, di comunicare con la famiglia che da giorni tenta di mettersi in contatto con lui. Stefano muore da solo e senza diritti in un presunto Stato di diritto.

Non mi uccise la morte racconta nei dettagli i giorni del calvario di Stefano, ma anche l’ansia crescente dei familiari, appesi alle poche comunicazioni della caserma e dell’ospedale che non consentono di vederlo. Mostra il pestaggio senza pietà dei poliziotti nelle celle del tribunale e le reazioni del mondo politico nel tentativo di liquidare la vicenda con la proverbiale e consueta caduta dalle scale.

Non mi uccise la morte tenta di fissare sulla carta una vicenda impossibile da archiviare come una morte senza colpevoli. Si avvale di immagini, così come avvenne all’indomani della morte di Stefano. L’interesse di Luca Moretti è stato quello di suscitare un moto di reazione per questo tipo di vicende, diffondere la consapevolezza di un’ingiustizia quotidiana, perpetrata da una certa parte delle forze dell’ordine nell’impunità più totale, perché un giorno potrebbe toccarci di persona.

Il titolo Non mi uccise la morte è preso a prestito dal verso di una canzone di De André, che recita: Non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte mi cercarono l’anima a forza di botte. Ne racconta la storia, come una storia che riguarda tutti [20].

Una delle 82 tavole ricorda quel volantino. Nei giorni successivi alla morte di S. Cucchi fu riprodotto su centinaia di manifesti. Si ripercorrono tutte le tappe della vicenda Cucchi: dal giorno dell’arresto al Parco degli Acquedotti, tra due lauri avvenne la congiura, fino alla lettera mai consegnata e resa pubblica solo dopo la morte. I disegni, molto incisivi nel tratto che caratterizza i personaggi, rendono con forza tutto il dramma della vicenda. Fatta di arbitrio, violenza e ironia volgare con la complicità delle forze dell’ordine invischiate nello svolgimento dei fatti. C’è tutta la paura, la rabbia, il dispiacere di Stefano che in tribunale dice Papà perdonami e in ospedale a una volontaria: “Può dire a mia sorella di tenermi il cane... se lo ricordi mi raccomando”; l’angoscia di una madre che pensa al figlio isolato in ospedale, in difficoltà, e non può far niente per lui, per potergli stare accanto. Fino alla beffa, la notifica dei carabinieri per poter eseguire l’autopsia: così la madre di Stefano verrà a sapere della morte del figlio.

Toni Bruno racconterà la pesantezza nel disegnare le tavole. La difficoltà di ritrovarsi bloccato dalle emozioni, nel dover rappresentare gli occhi del padre e della madre. Il crescere di uno schifo interiore nell’apprendere sempre più notizie su come erano andate le cose a Stefano. Arriverà infine a disegnare con sgomento intrattenibile e umore nero. Sinceramente non vedevo l’ora di finire. La necessità e la voglia di raccontare sono state più forti. Una sensazione precisa degli autori, nel pensare che domani potrebbe succedere anche a noi, a chiunque, come detto da Luca Moretti alla propria madre, dopo aver saputo del caso Cucchi. È tremendo il non potersi fidare delle istituzioni che dovrebbero tutelarci e si capisce qui la rabbia della famiglia nella ricerca a tutti i costi della verità. Una battaglia sofferta, condotta con etica e coraggio, a cui partecipa anche questo libro: «Non è facile pensare a questi disegni, vedere l’immagine di Stefano in quei momenti – commenta Ilaria Cucchi - è pesante. Ma anche questo è il prezzo che abbiamo scelto di pagare, cominciando dalla pubblicazione delle foto, per la nostra sete di giustizia».

È una storia che riguarda tutti, si è scritto. La storia di un abbraccio che non c’è stato, a maggior ragione, è tutta da raccontare [21].

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http://www.ilpost.it/2014/11/06/fiaccolata-stefano-cucchi-zerocalcare/

http://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/cronaca/morte-cucchi/sofri-calvario/sofri-calvario.html

Questo testo sarà pubblicato in forma intera all’interno del volume "Lo Stato irresponsabile. Il caso Cucchi", a cura del Gruppo di Ricerca Interdisciplinare su Potere, Istituzioni e Forme di Controllo Sociale Università di Urbino Carlo Bo, edito dalla casa editrice Aracne. Ringraziamo l’autore, Massimo Stefano Russo dell’Università di urbino e la casa editrice per il permesso di pubblicazione.

[1] J. Berger, Capire una fotografia, tr. it. di M. Nadotti, Contrasto, Roma 1975, p. 75.

[2] G. A. Roth, Come è morto Che Guevara, in “L’Espresso” 29 ottobre 1967 http://temi.repubblica.it/espresso-il68/1967/10/29/come-e-morto-che-guevara/

[3] S. Sontag, Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società, tr. it. di E. Capriolo, Einaudi, Torino, 2004, p. 19

[4] Un ulteriore segnale del dominio incontrastato stabilito dalle immagini nella nostra realtà quotidiana, che per fortuna porta anche al sorgere di una “democrazia delle immagini”.

[5] La salma di Stefano verrà sepolta all’insaputa dei familiari, che solo dieci giorni dopo l’hanno saputo, nel cimitero di San Gregorio da Sassola.

[6] Iniziativa che vedrà mobilitarsi il Parlamento con l’adesione di tutti gli schieramenti.

[7] V. Lopez, Perché queste foto?, in “Il Fatto Quotidiano” 30 ottobre 2009.

[8] A. SOFRI Il calvario di Stefano di, in “La Repubblica” 31 ottobre 2009 http://www.repubblica.it/cronaca/index.html

[9] 7 novembre 2009 - Manifestazione per chiedere giustizia dell’insensata morte di Stefano Cucchi, promossa dai comitati di quartiere e centri sociali. https://www.youtube.com/watch?v=SN81DuvkYKE

[10] C. Perniconi Così è morto Stefano Cucchi, in “Il Fatto Quotidiano”, 30 ottobre 2009.

[11] Cfr. ibidem.

[12] L. Telese, Perché pubblichiamo la foto del cadavere di Stefano, in “Il Fatto Quotidiano”, 30 ottobre 2009, http://www.lucatelese.it/?p=1211

[13] “Un criterio è vivido se ci dà immediatamente un’idea dell’aspetto di ciò che esso determina della sua fisionomia, per così dire”: D. Manconi, Il mestiere di pensare, Einaudi, Torino 2014, p. 70.

[14] E. De Luca su Stefano Cucchi, 13 novembre 2009 in https://wordwrite.wordpress.comm

[15] C. Giovanardi, L’altro Cucchi. La disinformazione orchestrata intorno al caso. Grasso dimentica il Senato per golosità demagogica di (http://www.ilfoglio.it/articoli/v/122773/rubriche/caso-cucchi-giovanardi-contro-giornalista-collettivo.htm)

[16] http://www.unita.it/culture/non-mi-uccise-la-morte-1.12790 (consultato il 26/1/2015).

[17] http://www.partitodemocratico.it/doc/89051/pd-sulla-morte-di-stefano-cucchi-non-ci-sono-risposte-dal-governo.htm

[18] L’espressione graphic novel appare per la prima volta in un fumetto statunitense del 1978: A Contract with God and Other Tenement Stories, un grande affresco dell’America multietnica di Will Eisner che inaugurò un nuovo genere fumettistico, in forma di romanzo, relativamente lungo, senza le interruzioni delle strisce, rivolto a un pubblico adulto, con la volontà di adattare realisticamente le vicende a temi attuali o storicamente di rilievo.

[19] utori italiani celebri di graphic novel sono Hugo Pratt e Andrea Pazienza. Nel panorama internazionale famosi i graphic novel Maus (A. Spiegelman) che narra la tragedia della shoah, dalla viva voce del padre Vladek, sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti, e la testimonianza di M. Satrapi in Persepolis (2000) sulla condizione della donna in Iran a seguito della rivoluzione islamica.

[20] Il graphic novel è stato scritto da Luca Moretti, disegnato da Toni Bruno - edito da Castelvecchi - con un contributo di Cristiano Armati.

[21] 148 Stefano-Mostri d’inerzia (trasmesso da La 7 il 6 giugno 2013, in occasione della sentenza di primo grado sulla morte di Stefano Cucchi), è un documentario dallo sfondo biografico e sociale scritto e diretto da Maurizio Cartolano, da un’idea di Giancarlo Castelli, uscito nel 2011. Il titolo del documentario fa riferimento al cartellino sul cadavere: il 148° morto dentro le carceri italiane nel 2009. Il regista ha raccolto documenti originali, spezzoni d’inchiesta, filmati d’archivio e inserti narrativi, tutti tratti dalle fonti disponibili. La vicenda di Stefano Cucchi è ripercorsa con interviste ai testimoni. Si affronta la vita del giovane, se ne racconta la storia. Nelle immagini scorrono i filmini di famiglia, con le voci fuori campo del padre Giovanni e della sorella Ilaria. http://it.wikipedia.org/wiki/148_Stefano_mostri_dell’inerzia

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Girodivite: Il corpo di Stefano Cucchi, ragazzo
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